Through the Black Hole » MARCO LAMANNA & LUCA ZANOVELLO – intervista

MARCO LAMANNA & LUCA ZANOVELLO – intervista

Written by Melania Colagiorgio

Visto il cicaleccio che si sta creando intorno a The Path abbiamo pensato di farvi conoscere le varie fasi e i vari ragionamenti che hanno portato alla creazione di questo corto. Ecco, quindi, a presentare il progetto direttamente Marco Lamanna, regista del film, e Luca Zanovello, assistant producer.

Cos’è e com’è nata la BlackDuck Movies?
L.Z.La BlackDuck Movies è una casa di produzione nata a Milano con l’intento di realizzare e produrre lavori ispirati dai generi cinematografici di categoria “B”, l’exploitation della tradizione americana e il cinema di genere italiano degli anni Settanta e Ottanta. Le nostre radici affondano nell’horror, negli action movies, nel fantasy e nella sci-fi. Abbiamo sempre sofferto l’assenza di una scena indipendente di un certo spessore nella nostra città e da lì è nato il nostro desiderio di darci da fare con la speranza che negli anni se ne costituisca una, magari anche grazie al nostro contributo, cercando di realizzare prodotti che abbiano il giusto e originale equilibrio tra mainstream e cinema d’autore. La BlackDuck Movies nasce da un’idea di Marco Lamanna e Omar Pedretti, già attivi all’interno di MyStream, realtà indipendente che si occupa di video e comunicazione.

M.L. Blackduck Movies è, prima di tutto, un marchio. La volontà di proporre in modo evidente un proprio stile, un modo di vedere e pensare il cinema che, qui in Italia, sembra essere ormai relegato esclusivamente all’ambito indipendente. BDM è un progetto appena nato e, quindi, aperto a contaminazioni e in costante evoluzione, ma i presupposti di base sono forti e ben precisi.

Quali sono state le difficoltà maggiori subite durante la lavorazione del corto, rispetto ai ruoli di entrambi?
L.Z. The Path ha sofferto dei problemi tipici di ogni produzione a bassissimo budget, ma forse uno dei punti più critici è stato la ricerca della location adatta, che insieme ad Amber (Lucrezia Losurdo) è la vera e propria protagonista di The Path e, quindi, necessitava di caratteristiche ben precise per la buona riuscita del cortometraggio. Il mio ruolo si è limitato a quello di assistente di produzione e di segretario di edizione durante le riprese; ne approfitto per ringraziare chi ha prestato il proprio contributo, come la make-up artist Chiara Moser, il fotografo Antonello Longo e i Pop Is Dead, Daniele Persoglio, Heller e Christian Moro per le musiche.

M.L. Sono un videomaker, svolgo questo lavoro a 360° gradi ed è anche la mia passione. Mi occupo di ogni fase della lavorazione di un progetto, dalla stesura del concept alla regia, alle riprese e la post-produzione. Può sembrare eccessivo, ma con un po’ di studio e i mezzi offerti dalla tecnologia contemporanea non è più impensabile realizzare piccole produzioni in modo autonomo, senza ricorrere a enormi capitali, grandi studi e strumentazioni come “qualche” anno fa. Il problema principale è stato probabilmente quello di avere, però, osato un po’ troppo! Alcuni limiti dovuti alla location hanno compromesso in parte il risultato di totale estraniamento che volevo ottenere mentre, sotto l’aspetto concettuale, diversi aspetti della storia sono necessariamente rimasti tagliati fuori dalla stesura definitiva.

Nel corto sono presenti elementi derivanti dalla video-arte, Marco puoi spiegarci il passaggio che hai fatto dalle istallazioni alla videocamera?
M.L. Ho iniziato un percorso artistico diversi anni fa. Contrariamente a quanto sostengono in tanti, credo che alla base della creatività ci siano le idee e le “visioni” che uno ha, non soltanto l’aspetto strumentale, spesso accademico. Non ho fatto altro che cercare, di volta in volta, il mezzo espressivo più adatto per ricreare e condividere queste mie idee, visioni, emozioni. In questi ultimi anni ho privilegiato lo strumento del video e della video installazione perché mi affascina confrontarmi con i mezzi del mio tempo. Da lì il passaggio al cinema è stato breve e naturale. L’arte visiva contemporanea e il cinema si influenzano reciprocamente da sempre.

Quali registi ti ispirano, appassionano o con quale ti raffronti?
M.L. Amo il cinema, quasi tutto, dai classici ai blockbuster. Qualche nome tra i tanti: Wenders, Cronenberg, Leone, Lynch, ovviamente Tarantino e Rodriguez … e i generi più disparati con una particolare predilezione per tutto quello che rimane oggi dei B-movie e dei film degli anni Settanta e Ottanta, che siano horror, sci-fi, film d’exploitation (adoro il filone del car exploitation, per esempio!).

The Path è un corto inusuale … da dove proviene la scelta di gettarsi sullo sperimentale?
L.Z. Sapevamo che esordire con The Path avrebbe costituito un rischio, sia per quanto riguarda la scelta del soggetto sia per il modo in cui sapevamo che sarebbe stato realizzato e tradotto visivamente. In realtà questo approccio è forse nato ancor prima del resto: il “path” (sentiero) sarebbe stato il protagonista, una dimensione un po’ metafisica che doveva essere rappresentata in maniera misteriosa e ingannevole.

M.L. In realtà The Path è costruito secondo una logica e uno sviluppo filmico abbastanza tradizionale, con sequenze narrative che rimandano alle dinamiche di film classici del genere. Probabilmente l’omissione di alcuni meccanismi altrettanto fondamentali (come il dialogo, per esempio) e la ricerca di un’estetica visiva piuttosto esasperata, ne fanno un lavoro un po’ fuori dagli schemi. Tutto sommato … è un bene!

Come reagite di fronte a coloro che affermano di non coglierne il senso?
L.Z. Può suonare retorico, ma non credo sia per forza una cosa negativa non cogliere interamente il senso esplicito di un’opera. Ci siamo resi conto che The Path vive più di suggestioni che di fatti espliciti e il racconto conduce, a tratti volutamente, a porsi domande non interamente spiegate. Ricordo che quando vidi The Cube la prima volta non ne capii il senso. La seconda volta il pensiero mutò in “Wow, però!”. La speranza è che, con le dovute proporzioni, The Path sortisca lo stesso effetto.

M.L. Ho frequentato e lavorato per diversi anni nel mondo dell’arte contemporanea e ho capito che non sempre è necessario cogliere totalmente il senso delle cose! Detto questo, riconosco che The Path presenta alcuni limiti narrativi che non sono riuscito a risolvere come avrei voluto. Il mio invito è quello di godersi il viaggio, senza porsi troppe domande!

Quali obiettivi vi eravati imposti con The path?  Sono stati raggiunti?
L.Z. L’obiettivo era quello di produrre un lavoro originale, intrigante e che fosse presentabile su vetrine importanti, anche internazionali. E con uno stile che omaggiasse qua e là lo stile Grindhouse a cui tutti noi “duckers” siamo affezionati. Siamo sicuramente felici del risultato e che alcuni festival si siano interessati a noi, il riscontro del pubblico, altrettanto importante, sembra positivo. Speriamo che continui così.

M.L. Personalmente quello che mi interessava maggiormente era l’aspetto formale del corto. La cura delle immagini, la fotografia, alcune sequenze di montaggio. E in questo credo che il corto abbia una sua identità ben precisa e originale.

The Path è stato selezionato al TOhorror, che aspettative avete adesso?
L.Z. Siamo orgogliosi di essere nella selezione finale del festival torinese, così come di altre rassegne (l’Interiora, il Fright Bites Film Fest negli Stati Uniti). E’ importante per farci conoscere e per incontrare molti amici e colleghi che si cimentano nel genere da più tempo. La Papera Nera inizia a viaggiare un po’, non può che farci bene!

M.L. La selezione al TOhorror è già un ottimo traguardo! The path è il primo cortometraggio di questo genere che giro (anzi, pensandoci è il primo corto in assoluto per me) e la Blackduck Movies è una realtà neonata e che nessuno ancora conosce. Sono convinto che il TOhorror sarà una vetrina eccezionale e prestigiosa per noi … e l’entusiasmo è alle stelle!

La scelta di rendere il corto internazionale, è stata una scelta ragionata o dipende dalla vostro background culturale?
L.Z. Direi entrambe, principalmente c’era la volontà di realizzare un prodotto che fosse presentabile a livello internazionale, sia a livello linguistico che a livello visivo. E’ altrettanto vero che non siamo mai stati fan di quei prodotti dall’aspetto un po’ “casereccio” che finiscono per tagliarsi e gambe e rimanere nell’ambito amatoriale. Ovviamente, la sostanza è fondamentale, ma ci concentriamo molto anche sull’aspetto “formale”.

Posted in Interviste by Melania Colagiorgio on novembre 24th, 2012 at %H:%M.

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