SPRING BREAKERS – Harmony Korine
In un mare di corpi giovani, prorompenti e audaci, multicolore e arsi dal sole, imbrattati di liquore o bagnati dalla spuma del mare, si riflette un’onda tumultuosa di vitalità. Un’eco prepotente ma, al contempo, vuoto. La timida Faith, l’indecisa Cotty e le scatenate Britt e Candy irrompono in un locale, lo derubano e racimolano i soldi per vivere lo Spring Break, l’evento della Florida.
La rapina diviene l’inizio di un viaggio che le porterà dietro le sbarre, pronte a veder luce grazie al rapper Alien, una sorta di piccolo gangster disamorato della vita e infatuato degli oggetti, un feticista del denaro che porta le quattro ragazze all’interno di un covo di vizi, armi, brutalità e amore, piacere e paura.
Harmony Korine è un furbetto cantore. Un regista che sa esattamente cosa sta ostentando sotto forma di immagini (abbondanza di culi, tette, pruriti post-adolescenziali e remore pre-vecchiaia), strizzando l’occhio verso l’audace ragazzino così come al navigato marinaio dell’esprit-libre più sperimentale. Ma lo fa bene. Spring breakers esalta i colori innaturali come a voler rimarcare l’apparentemente onirico viaggio dei suoi protagonisti ma, contemporaneamente, riempie lo spazio con porzioni di carne vivida, ricalciando lo sguardo sul mondo reale. I frame si muovono al rallentatore, su tramonti delicati e pianoforti in mezzo ad una piscina, accompagnati da una voice over dolce e ipnotica a richiamare attraverso una linea telefonica la distanza del contatto genitore-figli, poi, improvvisamente, implodono al suono della musica techno-house, deframmentandone le anime.
Spring breakers sembra voler fare il verso a Bret Easton Ellis, immortalando attraverso un montaggio frenetico ma dosato l’eterna noia di una generazione che non ha perso i valori, non li ha proprio mai avuti. E, quel che è peggio, non è in grado di tornare indietro, afferrando il salvagente di un autobus in partenza ma dedicando il resto della propria vita alla chiusura di un capitolo … che può essere l’ultimo. Korine ricuce la materia intorno a Britt e Candy, vere e proprie meretrici (ma mai mercificatrici, e non è un dettaglio nel disegno del regista) del proprio corpo, fondando il finale su una forte speranza che ha il sapore di una pia illusione.









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