DIGGER – Alejandro González Iñárritu
Ci sono film che mettono d’accordo pubblico e critica. E poi ce ne sono altri che non cercano affatto il consenso unanime, ma trovano la propria ragion d’essere proprio nel dibattito, nello scontro di idee, nella provocazione. Film che dividono, destabilizzano e, soprattutto, invitano a riflettere.
The Digger è proprio uno di questi.
Digger Rockwell, interpretato magistralmente da Tom Cruise, è uno dei re del petrolio, erede di una famiglia di trivellatori che, nel corso del secolo scorso, ha costruito la propria fortuna perforando il globo terrestre in lungo e in largo.
Una fame insaziabile di greggio spinge lui e altre compagnie petrolifere a scavare senza alcuno scrupolo persino nelle terre più remote della Groenlandia e dell’Alaska, incuranti delle conseguenze che queste attività sconsiderate possono avere sul delicato equilibrio dell’ecosistema terrestre. Almeno fino a quando la natura non decide di presentargli il conto.
Da un giacimento in Groenlandia, una fuoriuscita incontrollata di metano provoca una violentissima esplosione, causando il distacco di un’immensa piattaforma di ghiaccio, grande quanto il Maryland, che comincia a spostarsi verso l’Europa.
In accordo con l’amministrazione americana, Digger e il presidente Compson (uno strepitoso John Goodman) decidono allora di manipolare la verità, piegandola ai propri interessi e trasformando una catastrofe annunciata nell’ennesima occasione di convenienza politica ed economica.
Il film di Iñárritu, come anticipato, non è un film semplice. E probabilmente non è nemmeno un film per tutti. Proprio per questo sarebbe ingiusto raccontarne ulteriormente la trama, sottraendo allo spettatore la possibilità di confrontarsi liberamente con i suoi contenuti e costruirsi una propria interpretazione. La narrazione è stratificata, volutamente sopra le righe, e utilizza la farsa, il paradosso e il grottesco per raccontare una realtà che, per quanto deformata dalla finzione cinematografica, riguarda ormai da vicino la vita di ciascuno di noi.
Perché non esistono porti franchi. Non esistono isole sicure sulle quali rifugiarsi. Siamo tutti passeggeri della stessa, immensa scialuppa di salvataggio chiamata pianeta Terra. E una cosa appare sempre più evidente: se i grandi della Terra non interverranno in maniera concreta per porre rimedio alle scelte scellerate del passato e del presente, le conseguenze saranno reali. E potenzialmente letali per TUTTI.
Significa forse che la vita sulla Terra è destinata a scomparire? No, probabilmente no. Ma dovremmo interrogarci molto seriamente su quanto ciò che resterà potrà ancora essere definito vita.
Ed è proprio qui che Iñárritu introduce uno degli elementi più interessanti del film, qualcosa di profondamente radicato nella natura umana: la capacità di andare avanti nonostante tutto, di esorcizzare il male, di affrontare l’assurdità dell’esistenza e, infine, di RIDERE, possibilmente insieme agli altri. Perché sì, abbiamo bisogno anche di questo. Di sdrammatizzare, di trovare uno spiraglio di ironia persino nelle questioni più serie e drammatiche. Non possiamo permettere che la paura del domani finisca per paralizzarci, anche se, a ben guardare, stiamo già tutti danzando sull’orlo del precipizio.
Dal punto di vista stilistico, il film si distingue per una regia estremamente rigorosa, quasi teatrale, e per una composizione delle inquadrature studiata fin nei minimi dettagli. Nulla sembra lasciato al caso: movimenti, geometrie, gestualità e disposizione dei personaggi contribuiscono a costruire una sorta di coreografia dell’assurdo che richiama inevitabilmente il cinema di Wes Anderson e la sua maniacale precisione visiva.
Non mancano, naturalmente, altri riferimenti cinematografici. Gli omaggi al Dottor Stranamore di Stanley Kubrick e a Il grande dittatore di Charlie Chaplin sono forse i più evidenti, tanto nella costruzione della satira quanto nella capacità di mettere alla berlina il potere, le sue contraddizioni e la sua grottesca autoreferenzialità.
Anche la scelta di affidare il ruolo principale a Tom Cruise appare tutt’altro che casuale e, con il procedere della narrazione, acquista un significato sempre più preciso.
Vederlo muoversi in maniera goffa, quasi caricaturale, imprigionato in un ingombrante trucco prostetico, contribuisce a esasperare quel senso di farsa che attraversa l’intera pellicola. Un attore da sempre associato a personaggi carismatici e risoluti viene qui trasformato in una figura grottesca, eccessiva, a tratti persino ridicola. Eppure, per noi spettatori, ridere non è affatto semplice.
Forse perché dietro ogni situazione paradossale, ogni battuta e ogni immagine volutamente esagerata, si nasconde qualcosa di terribilmente familiare. Qualcosa che appartiene al nostro presente molto più di quanto vorremmo ammettere. Così, quando lo spettacolo finisce, quando le immagini roboanti lasciano spazio al silenzio e si riaccendono le luci in sala, ciò che rimane è soprattutto uno specchio.
Uno specchio nel quale, però, non troviamo riflessa la nostra immagine, ma i nostri dubbi, le nostre contraddizioni e, soprattutto, l’incertezza di un futuro che continuiamo ostinatamente a fingere di poter controllare.






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