SUPERMAN – James Gunn
Pensate al Superman di James Gunn come a un Big Bang narrativo: un’esplosione iniziale da cui stanno prendendo vita pianeti, universi e galassie di un nuovo mondo cinematografico. È normale — anzi, vitale — che ci sia confusione, disordine, persino un senso di spaesamento. Ma tutto questo ha un significato, e nel finale il film riesce a raccogliere le fila di una storia che inizialmente sembra sconclusionata.
Chi entra in sala aspettandosi un ritorno nostalgico all’epoca di Richard Donner, magari perché il trailer ha fatto risuonare il tema di John Williams, rimarrà profondamente deluso. Gunn non guarda al passato: porta sul grande schermo il suo Superman, una visione personale, moderna e talvolta spiazzante. Si rivolge a tutti gli spettatori, ma in particolare ai più giovani, cercando di rendere accessibile un eroe che per troppo tempo è stato raffigurato più come una divinità distante che come un uomo reale.
Il Superman di Gunn è un semidio impacciato, con un’espressione goffa e uno spirito disadattato rispetto al mondo di oggi, dove se non sei uno squalo ipertecnologico rischi di restare indietro. Nella prima parte del film, lo incontriamo già immerso in un contesto geopolitico ben definito, ma non per questo immune da errori: riesce infatti a inanellare alcune delle peggiori gaffe diplomatiche che si possano immaginare.
Non viene raccontata la sua origine, ma ci troviamo in un universo già avviato, popolato da personaggi ben delineati. Spicca un Lex Luthor (interpretato da Nicholas Hoult) forse tra i più attuali e riusciti mai scritti: cinico, infame, ma incredibilmente intelligente, con un piano per eliminare Superman studiato da tempo. La sensazione è quella di essere catapultati nel mezzo di una partita già cominciata, con alcune pedine già fuori gioco, e con l’urgenza di capire regole e dinamiche di un gioco che non ci è stato ancora spiegato. Questo può risultare disorientante per lo spettatore.
Anche chi si aspettava un ritorno alla Silver Age, con colori brillanti e atmosfere cariche di ottimismo, resterà sorpreso. Quell’estetica c’è, ma viene usata in modo dissonante: i contenuti, i messaggi nascosti dietro certe scene, sono tutt’altro che positivi. Al contrario, colpiscono duramente e costringono lo spettatore a immedesimarsi in un Superman fragile, che affronta non solo nemici più forti di lui, ma anche complessità geopolitiche che — in teoria — non dovrebbero neppure riguardarlo, essendo un alieno capitato sulla Terra quasi per caso.
E tutto questo non basta: viene anche travolto da una gogna mediatica che lo dipinge come il vero problema da eliminare. È qui che il film trova il suo fulcro, il messaggio che consente a Gunn di riordinare la narrazione dopo un primo atto volutamente caotico.
Superman non si sente un alieno, e non lo è. Sebbene sia diverso dal popolo che lo ha accolto e cresciuto, egli ne fa parte: vive, spera, combatte e si sacrifica per esso. Per questo ha il diritto di restare sulla Terra — e soprattutto, ha il diritto di essere chiamato Uomo. Da questo punto in poi assistiamo all’ascesa del personaggio: da uomo comune a vero eroe. Se inizialmente suscitava pietà, alla fine si fa inevitabile parteggiare per lui. In fondo, non c’era altro modo per spazzare via il velo delle aspettative legate a Superman, se non distruggerlo completamente e costruire qualcosa di nuovo: un mito rinnovato, una mitologia inedita.
In questo Gunn è stato particolarmente abile nell’orchestrare i due atti che compongono il film. Tra i personaggi secondari funzionano molto bene la Lanterna Verde (nella versione di Guy Gardner), che meriterebbe uno spin-off, e Mr. Terrific, vera sorpresa dell’opera. Meno convincente, invece, il concetto di “Justice-Gang”, che appare ancora acerbo: un’idea embrionale che probabilmente evolverà nei prossimi capitoli.






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