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NORIMBERGA vs IL PROCESSO DI NORIMBERGA

Written by Paolo Corridore

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Il Processo di Norimberga lo potremmo definire storicamente come il tentativo degli Stati vincitori della Seconda Guerra Mondiale di ristabilire l’ordine sociale e dare un minimo di giustizia alle vittime di quella che possiamo definire la più grande onta nella storia dell’umanità: il Nazismo.

Da tempi immemori, coloro che ottengono la vittoria sul campo di battaglia, quasi sempre con la forza, si arrogano anche il diritto di scrivere la storia. Parliamo ovviamente degli Stati Uniti che, rappresentati dal procuratore Robert H. Jackson, decidono insieme a Russia e Inghilterra di tenere un processo che rimarrà nelle pagine dei libri di scuola.

All’interno della città ferita di Norimberga non solo portano alla sbarra gli uomini che, insieme ad Adolf Hitler, sono stati responsabili di uno dei genocidi più grandi della storia dell’umanità, ma lanciano un monito per le generazioni future affinché vigilino che stermini come quello, e abomini come le leggi razziali, non abbiano più luogo. Un processo difficile da mettere in piedi, in quanto parliamo di un insieme di Stati che giudica l’operato del governo di un altro Stato, per cui la materia è delicata anche dal punto di vista giuridico.

Nel panorama cinematografico abbiamo tre esempi di rappresentazione di questo epocale evento: il primo nel 1961, dove sostanzialmente si ripercorrono i fatti processuali così come avvenuti; nel 2000, con un importante film TV in due atti diretto da Yves Simoneau; e l’ultima trasposizione (basata sul libro The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai) diretta da James Vanderbilt.

Su questi ultimi due verte il nostro confronto, in quanto più recenti e più vicini a noi, a dimostrazione — come viene più volte ribadito nella pellicola di Vanderbilt — che quei crimini efferati non sono stati compiuti da mostri provenienti da chissà quale pianeta, ma da esseri umani in carne e ossa.

Nella pellicola di Simoneau era Alec Baldwin a vestire i panni del procuratore, e lo seguiamo mentre è intento a preparare con cura il processo, allestendolo nei minimi dettagli. Vanderbilt, invece, ne analizza più le fragilità, mettendo in luce la potenza devastante dei media che già allora, al riparo da Internet e dalle sue ramificazioni, erano in grado di distruggere la vita e l’operato di una persona.

In tutte e due le pellicole, però, si ravvisa che il vero protagonista è un altro: il generale Hermann Göring.

Nella pellicola di Simoneau era l’immenso Brian Cox a interpretarlo; nell’odierna versione di Vanderbilt la responsabilità è stata affidata a Russell Crowe, perfettamente calato nella parte e con un attento studio dell’accento tedesco. La pellicola di Vanderbilt si focalizza sul rapporto personale tra lo psichiatra Douglas Kelley (Rami Malek) e il gerarca nazista, cercando di portare alla luce il lato umano del personaggio, quel tanto che basta per far capire al pubblico che tutto lo sfacelo vissuto in quegli anni altro non è che il frutto dell’ego di pochi sparuti uomini e delle loro personali ambizioni. Ovviamente Göring parla della Germania e di come fosse uscita a pezzi dalla Prima Guerra Mondiale, e questo forse dovrebbe anche far riflettere su come gli Stati Uniti intervengano nella risoluzione dei conflitti e sul loro modo di “esportare la democrazia”.

Göring non fa altro che dire “l’ho fatto per la Germania”, facendo leva sul senso di appartenenza e sull’orgoglio militare, ma in realtà la sua altro non era che mera ambizione, in grado di passare sopra tutto e tutti, compresa la sua famiglia.

Fare un film con un copione già noto, con una storia come questa che tutti conosciamo bene, è forse molto più difficile che costruire un impianto narrativo da zero. Si rischia o di essere troppo didascalici — e allora tanto varrebbe guardare un documentario — oppure di distorcere troppo i fatti storici romanzandoli.

L’idea di Vanderbilt di confezionare una storia che avesse al suo interno il microcosmo (il rapporto tra Göring e il suo psichiatra) e il macrocosmo (tutto l’impianto del processo), a mio avviso, ha dato alla storia il giusto respiro. La pellicola di Vanderbilt ci fa riflettere sullo scenario socio-politico attuale, lanciando un monito molto importante alla popolazione, che sembra aver perso interesse per alcune tematiche vecchie di oltre ottant’anni, ma invece incredibilmente attuali.

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Posted in Drammatico and Giallo/Thriller by Paolo Corridore on dicembre 6th, 2025 at %H:%M.

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