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	<title>Through the Black Hole &#187; Sperimentale</title>
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	<description>Cinema, musica, letteratura,arte indipendente</description>
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		<title>IDEOGRAM &#8211; &#8220;Raise the curtain&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2017 06:57:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio De Gaetano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Heavy Metal]]></category>
		<category><![CDATA[Sperimentale]]></category>
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		<description><![CDATA[La sperimentazione sonora come di impatto scenico è quanto proposto dagli Ideogram, cinque musicisti le cui identità sono celate dalle maschere, i cui nomi rappresentano ideogrammi caratteristici della realtà teatrale e dal profondo significato storico e ideologico: Opera, Kabuki, Grand Guignol, Absurd e Mime. Rise the curtain è il prodotto del loro show. L&#8217;introduzione spetta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.throughtheblackhole.com/ideogram-raise-the-curtain/ideogram-raise-the-curtain/" rel="attachment wp-att-9596"><img class=" wp-image-9596 aligncenter" title="ideogram raise the curtain" src="http://www.throughtheblackhole.com/wp-content/uploads/2013/01/ideogram-raise-the-curtain-1024x1024.jpg" alt="" width="206" height="206" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La sperimentazione sonora come di impatto scenico è quanto proposto dagli <strong>Ideogram</strong>, cinque musicisti le cui identità sono celate dalle maschere, i cui nomi rappresentano ideogrammi caratteristici della realtà teatrale e dal profondo significato storico e ideologico: Opera, Kabuki, Grand Guignol, Absurd e Mime. <em><strong>Rise the curtain</strong></em> è il prodotto del loro show.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-9595"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;introduzione spetta alle note di &#8220;Which Role Will You Play Today?&#8221;, caratterizzata da un cantore che inizia la narrazione degli eventi, e prosegue con le melodie di &#8220;Evil&#8221;, repentinamente spezzate dall&#8217;incedere della sezione ritmica e dai violenti riff. &#8220;Theatre Of the absurd&#8221; deflagra tra screaming e armonie di clean vocals, accelerando al momento giusto e citando <em><strong>Waiting for Godot</strong></em>. Il mid-tempo diviene metronomo di &#8220;Silently&#8221;, brano più rilassato, caratterizzato dall&#8217;alternanza tra scream, clean e growl, mentre &#8220;Mirrors&#8221; alterna momenti aggressivi a divagazioni armoniche in un connubio che segue l&#8217;aggrovigliarsi dei testi, la cui comprensione è inscindibile dall&#8217;ascolto.</p>
<p style="text-align: justify;">Progetto sicuramente ambizioso, <em><strong>Raise the curtain</strong></em> ci presenta una band capace, originale, in piena ricerca della propria nicchia di pubblico, attento alla musica così come ai testi.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><em>Tracklist</em></span><br />
1) Which Role Will You Play Today?<br />
2) Evil<br />
3) Theatre Of The Absurd<br />
4) Silently<br />
5) Mirrors</p>
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		<title>VINTERSORG &#8211; &#8220;Solens rotter&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 06:17:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio De Gaetano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sperimentale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuovo disco per l&#8217;artista svedese Andreas Hedlund, meglio conosciuto come Vintersorg (anche nei Borknagar e Otyg), dal titolo Solens Rötter sempre per Napalm Records. Innanzitutto è bene precisare che per tutti coloro che già conoscono le sue opere, questo album non fa altro che aggiungere un tassello al mosaico sonoro e tematico iniziato quasi 10 anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.throughtheblackhole.com/vintersorg-solens-rotter-2/vintersorg-solens-rotter-3/" rel="attachment wp-att-19602"><img class="size-medium wp-image-19602 aligncenter" title="Vintersorg Solens rotter" src="http://www.throughtheblackhole.com/wp-content/uploads/2015/09/Vintersorg-Solens-rotter1-250x250.jpg" alt="Vintersorg Solens rotter" width="250" height="250" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nuovo disco per l&#8217;artista svedese <strong>Andreas Hedlund</strong>, meglio conosciuto come Vintersorg (anche nei <strong>Borknagar</strong> e <strong>Otyg</strong>), dal titolo <em><strong>Solens Rötter</strong></em> sempre per Napalm Records. Innanzitutto è bene precisare che per tutti coloro che già conoscono le sue opere, questo album non fa altro che aggiungere un tassello al mosaico sonoro e tematico iniziato quasi 10 anni fa con l&#8217;EP <em><strong>Hedniskhjartad</strong></em> e del quale l&#8217;ultima mossa era stata il buono <em><strong>The Focusing Blur</strong></em> di tre anni fa. Naturalmente con tutta la genialità che sono propri di un certo modo di sentire la musica che predilige uscite non chiassose e più intimiste, ma che sprizzano qualità da ogni traccia.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-19600"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In questo caso l&#8217;album tende a guardare al passato come fonte d&#8217;ispirazione per quanto riguarda la musica: anche in questo caso possiamo trovare un congeniale mix di elementi tipici del BM nordico e folk (come passaggi di arpa, flauto e violino) che fanno da tappeto all&#8217;unica ed inconfondibile (nonché versatile) voce di Vintersorg che anche in questa occasione riesce ad interpretare i brani nella misura migliore, sia in screaming che in voce pulita. Entrambi gli elementi citati poc&#8217;anzi vengono presentati in un&#8217;ottica più cruda e genuina, quasi più diretta verso l&#8217;ascoltatore che in questo caso si trova davanti ad un album meno ostico all&#8217;assimilazione (o se volete, più facile da ascoltare&#8230;) rispetto ai suoi diretti predecessori, decisamente più generosi in fatto di cambi di tempo e atmosfere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente non si può esimere dal citare le singole prove tecniche di Vintersorg e <strong>Mattias Marklund</strong>, ormai entrato in pianta stabile nel gruppo, così come quella di <strong>Johan Lindgren</strong>, bassista session/live e batterista, perfettamente a suo agio in tutte le canzoni. Per quanto concerne gli aspetti lirici e le tematiche trattate, fortunatamente (per il sottoscritto) sembra che in questa occasione siano state accantonate quelle scientifiche/astronomiche o pseudo-tali per abbracciare aspetti legati alla natura ed al suo linguaggio poetico (non a caso il titolo dell&#8217;album può venir tradotto con &#8220;L&#8217;origine del sole&#8221;) certamente più consone per un sound folk/black, anche se molto sperimentale, come quello di questa release.</p>
<p style="text-align: justify;">Per concludere, come nella migliore tradizione Vintersorg, <em><strong>Solens Rötter</strong></em> non è certo il classico dischetto da pogo sfrenato al primo ascolto veloce, ma un&#8217;intensa opera che va assaporata piano piano, istante dopo istante, senza fretta alcuna.</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;">Tracklist</span></em><br />
01. Döpt I En Jökelsjö<br />
02. Perfektionisten<br />
03. Spirar Och Gror<br />
04. Kosmosaik<br />
05. Idétemplet<br />
06. Naturens Mystär<br />
07. Att Bygga En Ruin<br />
08. Strålar<br />
09. Från Materia Till Ande<br />
10. Vad Aftonvindens Andning Viskar</p>
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		<title>SHADE EMPIRE &#8211; &#8220;Omega Arcane&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Oct 2013 07:15:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio De Gaetano</dc:creator>
				<category><![CDATA[dark/ambient]]></category>
		<category><![CDATA[Heavy Metal]]></category>
		<category><![CDATA[Sperimentale]]></category>
		<category><![CDATA[Top album]]></category>

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		<description><![CDATA[La finlandia diviene ancora una volta portavoce di un pattern talmente potente da risuonare in tutta l&#8217;Europa, così atmosferico da adagiarci in un velo di calma; sono gli Shade Empire, al loro quarto album. Omega Arcane è distante dal precedente Zero Nexus, si spoglia delle influenze industrial e della sfrenata mattanza black metal orchestrale per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.throughtheblackhole.com/shade-empire-omega-arcane/shade-empire-omega-arcane/" rel="attachment wp-att-12841"><img class=" wp-image-12841 aligncenter" title="shade empire omega arcane" src="http://www.throughtheblackhole.com/wp-content/uploads/2013/09/shade-empire-omega-arcane.jpg" alt="" width="270" height="269" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La finlandia diviene ancora una volta portavoce di un pattern talmente potente da risuonare in tutta l&#8217;Europa, così atmosferico da adagiarci in un velo di calma; sono gli <strong>Shade Empire</strong>, al loro quarto album. <em><strong>Omega Arcane</strong></em> è distante dal precedente <em><strong>Zero Nexus</strong></em>, si spoglia delle influenze industrial e della sfrenata mattanza black metal orchestrale per abbracciare un sound più caldo e, al contempo, complesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-12840"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Le sfuriate aggressive, i mid-tempo così groovy da lasciar scuotere la testa non mancano, è bene sottolinearlo immediatamente, ma gli <strong>Shade Empire</strong> del 2013 sono una band che guarda al futuro raccogliendo quanto ad oggi disseminato. Ecco così spiegati gli oltre settanta minuti del disco, un insieme di tracce che al primo impatto non può che sembrare mastodontico ma che, già al secondo ascolto, diviene più corposo e meno confusionario, rappresentando il monolite nero che i finlandesi hanno ritrovato sulla terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile dire che, se cercate un disco votato alla sola aggressività o, viceversa, alla sola melodia, <em><strong>Omega Arcane</strong></em> non farà per voi. Se, invece, volete perdervi dietro altisonanti orchestrazioni infrante dalla tempesta (sonora), nascondervi al tepore di maestose melodia dal sapore epico e drammatico, per poi rifugiarvi nell&#8217;ombra di una sferzata di chitarre elettriche dalla matrice black premete il tasto play su quest&#8217;opera. Sin dalla colossale &#8220;Ruins&#8221; alla conclusiva, lunga, &#8220;Omega Arcane&#8221;, l&#8217;impianto sonoro degli <strong>Shade Empire</strong> vi lascerà di stucco, regalando uno dei momenti migliori in musica del 2013. Cult.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><em>Tracklist<br />
</em></span>01. Ruins<br />
02. Dawnless Days<br />
03. Until No Life Breeds<br />
04. Ash Statues<br />
05. Disembodiment<br />
06. Malicious Winds<br />
07. Traveler Of Unlight<br />
08. Devolution<br />
09. Slumbering Giant<br />
10. Nomad<br />
11. Omega Arcane</p>
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		<title>PAIN OF SALVATION &#8211; &#8220;Scarsick&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Sep 2012 07:52:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio De Gaetano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Heavy Metal]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Sperimentale]]></category>

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		<description><![CDATA[Aggiungono un altro tassello alla propria proposta musicale gli svedesi capitanati da Daniel Gildenlow, attivi sul mercato sin dal 1997 con la prima release Entropia. Dopo il controverso Be aprono le danze del 2007 con un disco, lasciatemelo dire immediatamente, inferiore ai precedenti. I Pain Of Salvation sono sempre state una di quelle band capaci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.throughtheblackhole.com/pain-of-salvation-scarsick/pain-of-salvation-scarsick/" rel="attachment wp-att-7600"><img class=" wp-image-7600 aligncenter" title="pain of salvation scarsick" src="http://www.throughtheblackhole.com/wp-content/uploads/2012/08/pain-of-salvation-scarsick.jpg" alt="" width="270" height="270" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungono un altro tassello alla propria proposta musicale gli svedesi capitanati da <strong>Daniel Gildenlow</strong>, attivi sul mercato sin dal 1997 con la prima release<em><strong> Entropia</strong></em>. Dopo il controverso <em><strong>Be</strong></em> aprono le danze del 2007 con un disco, lasciatemelo dire immediatamente, inferiore ai precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-7598"></span>I <strong>Pain Of Salvation</strong> sono sempre state una di quelle band capaci di osare, di reinventarsi e di fagocitare elementi musicali altrui rifoderandoli con un gusto tanto personale quanto raro; hanno saputo creare un proprio sound ed elevarsi a grande band da osannare (o criticare). Da una band del genere è lecito aspettarsi ogni volta un passo avanti, una evoluzione, è quasi impensabile una stagnazione o un passo indietro. Con <em><strong>Scarsick</strong></em> il gruppo semplicemente tira il freno a mano. Non vi è nessun colpo di scena come nel penultimo album o cambio di rotta, semplicemente hanno riunito elementi già scritti da loro stessi e li hanno miscelati con un pizzico di<strong> System of a Down</strong>, stendendo dieci brani che è possibile riunire in tre tronconi. Togliamoci il dente marcio aggiungendo immediatamente gli altri due punti deboli del disco: i testi e la ripetitività. Bene, le liriche sono state sempre fonte di notevole attenzione da parte della band ma qui la qualità cala di una spanna per il modo di scriverle, infatti sembrano versi stilati da teenagers sulla scia di <strong>Linkin Park</strong> e simili, pur trattando argomenti interessanti come il capitalismo. La ripetitività, inoltre, flagella tutte le canzoni innalzandosi a vero e proprio nodo cruciale per la riuscita dei pezzi, ben otto brani su dieci sfiorano o superano abbondantemente i sei minuti, e fin qui potrebbe non esserci nulla di male, il vero problema è che non vi sono stravolgimenti o intuizioni geniali tali da giustificarne la durata, bensì la continua e martellante ripetizione degli stessi riff o accordi che siano (ricordiamo che non si sta parlando di un disco doom).</p>
<p style="text-align: justify;">Tenendo conto di quanto detto, che vale per tutti i brani, si nota che il primo blocco di tre canzoni suona decisamente bene “Scarsick” e “Spitfall” sono accostabili a “Beginnings” e “Ending Theme” di <em><strong>Remedy Lane</strong></em> (se non fosse per la noia che sopraggiunge all’ennesima riproposizione del ritornello) mentre “Cribcaged” si basa su cinque accordi contati, ma è forte di una melodia veramente azzeccata. Dalla quarta traccia parte un intermezzo allegrotto con “America” ed addirittura un brano come “Disco Queen” che è ne più ne meno una canzone disco anni ’80, con l’aggravante di durare oltre otto minuti. Saltato questo trascurabilissimo intermezzo si passa alla splendida “Kingdom of Loss” che inizia l’ultimo troncone egregiamente grazie a melodie e sensazioni profuse degne di<em><strong> The perfect element part I</strong></em>, peccato per la successiva “Mrs Modern Mother Mary” ai limiti dell’inascoltabilità tanto è superflua. Il trittico finale non aggiunge niente alla economia del disco, non distanziandosi sostanzialmente dalle precedenti songs.</p>
<p style="text-align: justify;">Tirando le somme se questo disco fosse uscito con un nome meno altisonante si sarebbe preso una sufficienza ed un “vediamo nel futuro cosa sarà capace di fare la band” a suggellare il commento senza ulteriore spreco di caratteri, ma poiché si tratta dei <strong>Pain Of Salvation</strong> il discorso non è così lineare per cui la sufficienza è comunque meritata, senza però alcun voto di incoraggiamento ne particolare elogio.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em>Tracklist</em></span></p>
<p>01. Scarsick<br />
02. Spitfall<br />
03. Cribcaged<br />
04. America<br />
05. Disco Queen<br />
06. Kingdom of Loss<br />
07. Mrs Modern Mother Mary<br />
08. Idiocracy<br />
09. Flame to the Moth<br />
10. Enter Rain</p>
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		<title>VINTERSORG &#8211; &#8220;Solens Rotter&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 07:59:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio De Gaetano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Heavy Metal]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Sperimentale]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;artista svedese Andreas Hedlund, meglio conosciuto come Vintersorg (anche nei Borknagar e Otyg), ogni tanto persegue la strada solista, come in questo album dal titolo Solens Rötter uscito per la Napalm Records. Innanzitutto è bene precisare che per tutti coloro che già conoscono le sue opere, questo album non fa altro che aggiungere un tassello al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.throughtheblackhole.com/vintersorg-solens-rotter/solens-rotter/" rel="attachment wp-att-5810"><img class=" wp-image-5810 aligncenter" title="solens rotter" src="http://www.throughtheblackhole.com/wp-content/uploads/2012/05/solens-rotter.jpg" alt="" width="252" height="252" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;artista svedese Andreas Hedlund, meglio conosciuto come Vintersorg (anche nei <strong>Borknagar</strong> e <strong>Otyg</strong>), ogni tanto persegue la strada solista, come in questo album dal titolo <em><strong>Solens Rötter</strong></em> uscito per la<strong> Napalm Records</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-5208"></span>Innanzitutto è bene precisare che per tutti coloro che già conoscono le sue opere, questo album non fa altro che aggiungere un tassello al mosaico sonoro e tematico iniziato con l&#8217;EP &#8216;Hedniskhjartad &#8216; e del quale l&#8217;ultima mossa era stata il buono &#8216;The Focusing Blur&#8217; . Naturalmente con tutta la genialità che sono propri di un certo modo di sentire la musica che predilige uscite non chiassose e più intimiste, ma che sprizzano qualità da ogni traccia.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo caso l&#8217;album tende a guardare al passato come fonte d&#8217;ispirazione per quanto riguarda la musica: anche in questo caso possiamo trovare un congeniale mix di elementi tipici del BM nordico e folk (come passaggi di arpa, flauto e violino) che fanno da tappeto all&#8217;unica ed inconfondibile (nonché versatile) voce di <strong>Vintersorg</strong> che anche in questa occasione riesce ad interpretare i brani nella misura migliore, sia in screaming che in voce pulita. Entrambi gli elementi citati poc&#8217;anzi vengono presentati in un&#8217;ottica più cruda e genuina, quasi più diretta verso l&#8217;ascoltatore che in questo caso si trova davanti ad un album meno ostico all&#8217;assimilazione (o se volete, più facile da ascoltare&#8230;) rispetto ai suoi diretti predecessori, decisamente più generosi in fatto di cambi di tempo e atmosfere. Ovviamente non si può esimere dal citare le singole prove tecniche di Vintersorg e Mattias Marklund, ormai entrato in pianta stabile nel gruppo, così come quella di Johan Lindgren, bassista session/live e batterista, perfettamente a suo agio in tutte le canzoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto concerne gli aspetti lirici e le tematiche trattate, fortunatamente (per il sottoscritto) sembra che in questa occasione siano state accantonate quelle scientifiche/astronomiche o pseudo-tali per abbracciare aspetti legati alla natura ed al suo linguaggio poetico (non a caso il titolo dell&#8217;album può venir tradotto con &#8220;L&#8217;origine del sole&#8221;) certamente più consone per un sound folk/black, anche se molto sperimentale, come quello di questa release. Per concludere, come nella migliore tradizione <strong>Vintersorg</strong>, <em><strong>Solens Rötter</strong></em> non è certo il classico dischetto da pogo sfrenato al primo ascolto veloce, ma un&#8217;intensa opera che va assaporata piano piano, istante dopo istante, senza fretta alcuna.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em>Tracklist</em></span><br />
01. Döpt I En Jökelsjö<br />
02. Perfektionisten<br />
03. Spirar Och Gror<br />
04. Kosmosaik<br />
05. Idétemplet<br />
06. Naturens Mystär<br />
07. Att Bygga En Ruin<br />
08. Strålar<br />
09. Från Materia Till Ande<br />
10. Vad Aftonvindens Andning Viskar<em></em></p>
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		<title>SAMAEL &#8211; &#8220;Solar soul&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 08:05:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio De Gaetano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Sperimentale]]></category>
		<category><![CDATA[Top album]]></category>

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		<description><![CDATA[Proseguendo l’evoluzione che li ha trascinati dal dark-black degli esordi all’attuale miscuglio di industrial-elettronica e heavy metal i Samael espletano pienamente il significato della parola evoluzione. Sono stati capaci di cambiare, mettersi in gioco alle volte intuendo in tempo il trend che avrebbe imboccato il mercato, altre volte compiendo scelte che avrebbero potuto siglare il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.throughtheblackhole.com/samael-solar-soul/solar-soul/" rel="attachment wp-att-5184"><img class=" wp-image-5184 aligncenter" title="solar soul" src="http://www.throughtheblackhole.com/wp-content/uploads/2012/03/solar-soul.jpg" alt="" width="320" height="320" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;">Proseguendo l’evoluzione che li ha trascinati dal dark-black degli esordi all’attuale miscuglio di industrial-elettronica e heavy metal i <strong>Samael</strong> espletano pienamente il significato della parola evoluzione. Sono stati capaci di cambiare, mettersi in gioco alle volte intuendo in tempo il trend che avrebbe imboccato il mercato, altre volte compiendo scelte che avrebbero potuto siglare il loro suicidio. Tuttavia il fatto che a distanza di 16 anni da <em>Worship Ritual</em> si continui a parlare di loro, palesa la bontà della proposta che tutt’oggi gli svizzeri riescono a lanciare in pasto ai fan.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-5167"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo tre anni da Reign of Light  le atmosfere spaziali, apocalittiche e malinconiche continuano ad essere il fulcro delle composizioni. In aggiunta a questi caratteri che ormai possiamo identificare come trademark (quant’è raro associare questo termine ad una band al giorno d’oggi) i <strong>Samael</strong> sono stati in grado di mettere in evidenza in alcuni frangenti il guitar riffing (“Solar Soul”, “Promised Land”, “Valkyries&#8217; New Ride”) e gli intarsi di tastiera (“Slavocracy”, “Ave!”) mentre in altri le ritmiche (“On the Rise”, “Suspended Time”). Attenzione però che non si tratta di una vera e propria ulteriore evoluzione perchè questi aspetti sono stati ripescarti a piene mani dai precedenti Passage (in gran parte) ed Eternal. Sebbene questa scelta può essere criticabile nulla si può dire sul risultato finale, realmente degno di nota e pregno di momenti più che interessanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Solar Soul</strong> è un disco piacevole dall’inizio alla fine ben coadiuvato dal lavoro dei membri della band, dal growl di Vorph ai riff di Makro, ma decisamente caratterizzato dal lavoro di Xy coi sintetizzatori, la tastiera ed i samples. Nonostante la valvola di sfogo uscita l’anno scorso (Era One) l’opera di rifinitura di Xy si affaccia sempre prepotentemente nelle tracce essendo anche capace di inventare nuove soluzioni (“Quasar Waves”) usando suoni atipici per la band ma non per questo forzati. La produzione è pressoché perfetta, curata da Waldemar Sorychta nei suoi Woodhouse Studios, competentemente studiata per rendere chiaramente udibili tutti gli arrangiamenti nell’insieme ritmico rendendo anche apprezzabile la batteria elettronica sempre curata da Xy.</p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente i <strong>Samael</strong> hanno attuato una progressione furba, senza allontanarsi eccessivamente dalla strada tracciata da Reign of Light, anzi compiendo un salto all’indietro, ma facendolo con cognizione di causa, intelligentemente. Certo è inutile dire che dal prossimo disco ci si aspetta molto di più, e le pretese sono legittime per una band di tale caratura.</p>
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		<title>DISILLUSION &#8211; &#8220;Gloria&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 09:23:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio De Gaetano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Musica]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.throughtheblackhole.com/disillusion-gloria/disillusion-gloria/" rel="attachment wp-att-5058"><img class=" wp-image-5058 aligncenter" title="Disillusion - Gloria" src="http://www.throughtheblackhole.com/wp-content/uploads/2012/03/Disillusion-Gloria.jpg" alt="" width="315" height="315" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Una delle recensioni più difficili che mi siano mai capitate tra le mani. La premessa è obbligatoria: il debut album “Back to the time of splendor” l’ho amato alla follia per merito delle intuizioni geniali insite nelle composizioni stesse, articolate tramite diversi respiri incapaci di annoiare l’ascoltatore anche nello stesso svisceramento della forma canzone convenzionale. L’ottimo ed originale connubio tra parti progressive e death, malinconiche e ariose, acustiche o elettriche, thrash o genuinamente rock progressivo, non si perdeva mai in un contenitore troppo stretto per mantenere tutto, ma si dilatava fino agli estremi fisici del mezzo, profondendo freschezza innaturale in ogni brano.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-5056"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Rispetto alla precedente release i <strong>Disillusion</strong> hanno deciso di voltar pagina. Stavolta non è possibile sproloquiare su un passo avanti o indietro, semplicemente la band ha imboccato un’altra via. Sarebbe troppo semplicistico liquidare il disco parlando di involuzione mentre sarebbe ingiusto elogiare la band esaltando una coraggiosa scelta “progressiva”, nel senso di evoluzione del sound e del connubio testo/musica. Impavidi lo sono stati sicuramente, i tedeschi, consci del rischio che stanno correndo: la paura di perdere una buona fetta dei vecchi fan è altissima così come l’improbabilità di trovarne dei nuovi. Se da un lato, infatti, la scelta di rendere un climax industriale a tratti apocalittico, accostandosi ai Rammstein, può risultare maggiormente commercialotta, dall’altro la totale assenza di ritornelli catchy, o di brani preparati ad hoc per il pogo, suona come un suicidio discografico. E’ vero che i Disillusion si sono ammorbiditi parecchio in impatto, violenza e perizia tecnica compositiva, ma è anche vero che si sono induriti per quanto riguarda l’approccio alla forma standard della canzone.</p>
<p style="text-align: justify;">Più ascolto il disco, più forte è la sensazione che il gruppo ha compiuto lo stesso passo (per alcuni falso, per altri no) fatto dai <strong>Pain of Salvation</strong> con “Be” o dagli <strong>Ulver</strong> con “Perdition City” (e mi riferisco a questo particolare disco, e non ai precedenti, proprio per le influenze trip pop prima non definite). Bene, per quanto riguarda i primi ho quasi pianto per la pochezza dimostrata su cd, ma ho esultato per la bellezza dell’unione immagini/musica dell’omonimo dvd, il quale dimostra (a mio avviso) la scelta inopportuna di proporre un tale concept su disco, quando nella mente di Daniel Gildenlöw sicuramente l’ispirazione aveva apportato frammenti video e colonna sonora in inscindibile successione. Per quanto riguarda gli <strong>Ulver</strong> ho apprezzato sin dal primo ascolto il disco, immergendomi nell’atmosfera perversa e laconica ululata dal triste sax e dagli azzeccati campionamenti. Tutto ciò per dire che anche nelle sterzate più brusche, può nascondersi a primo impatto l’opera più magniloquente, ma alle soglie del quinto ascolto “Gloria” non riesce ancora a convincermi. Ciò che maggiormente annichilisce è la scelta di filtrare quasi continuamente la voce: raramente Vurtox riesce ad esprimere il suo carisma dato che o i versi sono parlati o filtrati pesantemente; questo mi risulta ostico ed inaccettabile. Se i tempi schizofrenici dell’opener “The black sea” si dimostrano consoni a tale scelta nei versi iniziali, il filtraggio totale della voce (dall’inizio alla fine della canzone) è incomprensibile, geniale invece l’inserimento dei cori femminili. “Dread it” è semplicemente stupenda, porta avanti il discorso industrial iniziato in questo disco senza alcun bisogno dell’effetto megafono, e vi assicuro che la song ne guadagna moltissimo, è indescrivibile l’emozione provocatami dalla voce pulita di Vurtox, accompagnata da innovative partiture della componente ritmica. Se la maggior parte delle song avesse impostato melodie vocali come in questo caso il disco probabilmente si sarebbe inserito nella mia lista dei top dell’anno. Basta poco, tuttavia, per disintegrare ogni speranza, pochi secondi e l’innesto di “Don’t go any further” segna la prosecuzione del resto del cd: atmosfere di synth, chitarrone alla rammstein e purtroppo voce parlata e filtrata sempre. Doveroso citare “Aerophobic” dove commistioni al limite della drum’n’bass riescono solo a stupirmi, in negativo. “The hole we are in” ripropone le clean vocals, peccato per il substrato musicale veramente incapace di suscitare una benché minima sensazione oltre l’indifferenza. Interessanti le atmosfere liquide della conclusiva “Untiefen”, quasi una liturgia recitata sott’acqua, sigillo finale che accresce il rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere ma che non è stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà la mia mancanza di apertura mentale o l’effettiva pochezza di questo “Gloria”, ma in definitiva la delusione ha preso il sopravvento. Inserire un voto “a caldo” avrebbe significato stroncare il disco con un voto rasentante lo zero, dopo ripetuti ascolti il giudizio negativo permane, ma la speranza che i  Disillusion siano in grado di proseguire un percorso musicale degno della loro estrosità mi risolleva. Torno ad ascoltare “Dread it”, prima di accantonare il cd e tornare ai fasti di “Back to the time of splendor”, sorridendo amaramente rileggendo il titolo del disco.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Tracklist</span><br />
1. The Black Sea<br />
2. Dread It<br />
3. Don&#8217;t Go Any Further<br />
4. Avalanche<br />
5. Aerophobic<br />
6. The Hole We Are In<br />
7. Save The Past<br />
8. Lava<br />
9. Too Many Broken Cease Fires<br />
10. Untiefen</p>
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		<title>ANTIMATTER &#8211; “Leaving eden”</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 08:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio De Gaetano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Sperimentale]]></category>
		<category><![CDATA[Top album]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo l’abbandono di Patterson ed il passaggio dello scettro a Mick Moss i dubbi sul futuro della band avevano assunto una concretezza di rilievo, le prime insinuazioni negative fioccavano, la fine di una importante band sembrava alle porte; tuttavia “Leaving Eden” non solo spazza via ogni supposizione negativa, ma si fregia anche del titolo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.throughtheblackhole.com/?attachment_id=1236" rel="attachment wp-att-1236"><img class="wp-image-1236 aligncenter" title="leaving eden" src="http://www.throughtheblackhole.com/wp-content/uploads/2011/11/leaving-eden-150x150.jpg" alt="" width="250" height="250" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo l’abbandono di Patterson ed il passaggio dello scettro a Mick Moss i dubbi sul futuro della band avevano assunto una concretezza di rilievo, le prime insinuazioni negative fioccavano, la fine di una importante band sembrava alle porte; tuttavia “Leaving Eden” non solo spazza via ogni supposizione negativa, ma si fregia anche del titolo di nuovo capolavoro degli Antimatter.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1233"></span>Merito dell’ottimo lavoro di Mick Moss in sede compositiva e di stesura concettuale ma anche degli ispirati e validi musicisti che hanno contribuito con un apporto sentito e personale: Danny Cavanagh (anch’egli ex-Anathema) suggella ogni brano con brillanti intuizioni, Rachel Brewster e Gavin Attard stendono un tappeto sonoro evocativo all’apparenza semplice ma in realtà pregno di arrangiamenti curati con gusto, Ste Hughes e Chris Philips danno vita ad una sezione ritmica pulsante senza strafare, mantenendo così intatto l’alone dark delle composizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Le atmosfere malinconiche si edificano su momenti acustici resi vividi dalla voce espressiva di Moss (“Redemption”, “Fighting for a lost cause”, “Conspire”), toccano l’anima con fughe strumentali (“Landlocked”, “The Immaculate Misconception”), sussultano nei lampi elettrici (“The freak show”, “Leaving eden”) convergendo nel dare vita ad una palpabile sensazione di calore che pacatamente si accende nei nostri corpi.</p>
<p style="text-align: justify;">Peccato solo per la mancanza di brani letteralmente indimenticabili capaci di marchiare a fuoco gli intagli melodici nella mente di chi ascolta, il disco infatti tende maggiormente ad enfatizzare la resa d’insieme rispetto al singolo episodio.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo lo splendido “The acoustic verses” dei Green Carnation ecco “Leaving Eden” giungere ad accompagnare le giornate di pioggia, i momenti di tristezza, in una desolante trasfigurazione della musica in emozione. Un nuovo passo importante per gli Antimatter, una band che spero decida di proseguire ed evolversi verso nuovi orizzonti, creando un nuovo Eden.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em>Tracklist</em></span><br />
01. Redemption<br />
02. Another Face In A WIndow<br />
03. Ghosts<br />
04. The Freak Show<br />
05. Landlocked<br />
06. Conspire<br />
07. Leaving Eden<br />
08. The Immaculate Misconception<br />
09. Fighting For A Lost Cause</p>
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