28 ANNI DOPO – Danny Boyle
28 anni dopo è il terzo, e per ora ultimo, film di una saga iniziata nel 2002 con 28 giorni dopo, diretto da Danny Boyle e scritto da Alex Garland. Con quel film, i due autori riportarono in auge il filone degli zombie movie, introducendo però alcune modifiche stilistiche: non si parla più di “non-morti”, ma di “infetti”, vittime di un virus evoluzione della rabbia.
Il secondo capitolo, 28 settimane dopo, praticamente ignorato da Boyle (qui accreditato solo come produttore esecutivo), era incentrato su una possibile evoluzione dello scacchiere post-pandemico. Meno artistico del primo film, risultava però più compatto e diretto.
Chi si aspettava che, a vent’anni dal primo film e con il ritorno di Boyle e Garland al timone, ci sarebbe stata un’evoluzione della società inglese – e quindi dell’isola britannica – in un contesto geopolitico più ampio (soprattutto dopo che noi, spettatori, abbiamo vissuto una pandemia reale e conosciamo bene cosa significhi) rimarrà profondamente deluso. Come al solito, Mr. Boyle ama sorprendere, e lo fa anche stavolta, scegliendo di ignorare (almeno in apparenza) il macrocosmo per immergersi nel microcosmo. Non si preoccupa minimamente di spiegare cosa sia successo in questi 28 anni.
Troviamo Jamie, Isla e Spike: una delle tante famiglie che tenta di sopravvivere su una piccola isola al largo della costa inglese, Lindisfarne, collegata alla terraferma da una striscia di terra che scompare con l’alta marea, offrendo così una protezione naturale dagli infetti. Dalle poche informazioni che Boyle ci concede, si capisce che l’Inghilterra è stata abbandonata dal resto del mondo, trasformata in una sorta di zona di contenimento del virus.
A parte qualche sparuto contingente militare incaricato di monitorare, salvare superstiti non infetti e uccidere tutti gli altri, non si vedono interventi significativi da parte di altre nazioni. I pochi sopravvissuti vivono con quello che resta della civiltà e della tecnologia del ventesimo secolo. Cose che oggi diamo per scontate, come trovare un medico per una semplice diagnosi, diventano imprese quasi impossibili.
Spike non è più un bambino: si rivela presto non solo abile nel tiro con l’arco – fondamentale per difendersi dagli infetti – ma anche più maturo e responsabile del padre. La madre, Isla, giace da giorni in preda a una malattia misteriosa. L’unica speranza è il Dott. Kelson, che vive sulla terraferma. Tuttavia, è considerato da tutti un folle, dedito a bruciare i cadaveri degli infetti e a costruire piramidi con i loro resti, tra teschi e ossa. Spike decide di mettere da parte i pregiudizi e portare la madre da lui, mentre il padre Jamie resta impotente davanti a quella scelta.
Macrocosmo e microcosmo, dicevamo. Tra inserti in stile videoclip, sequenze d’azione ben girate e una metafora forse fin troppo evidente della Brexit, il film ci regala soprattutto il percorso di crescita di un ragazzo costretto a diventare uomo troppo in fretta. Notevole la performance di Ralph Fiennes nei panni del Dott. Kelson, che da sola vale il prezzo del biglietto.
Sappiamo che questo film rappresenta l’inizio di una nuova trilogia, motivo per cui Boyle ha deciso di prendersela comoda: avrà a disposizione altri due film per raccontarci cosa è successo nel resto del mondo e spiegare come mai, dopo 28 anni, non esistano ancora né cura né vaccino per il virus. Possiamo dire che “28 anni dopo” “annulla e sostituisce” il primo film, quasi come fosse un reboot. Visto in quest’ottica – e non come semplice terzo capitolo – funziona molto bene. Tuttavia, dopo tutto questo tempo, era lecito aspettarsi qualcosa di più.
Chiariamoci, a scanso di equivoci: il film è confezionato e realizzato benissimo, su questo non c’è dubbio. Ma forse avrebbe meritato un titolo diverso.
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